cv autentico #3

Prendendo forma

Escher Mani

[puntate precedenti cv autentico#2, cv autentico#1, bilanci e buoni propositi: un cv autentico]

Da mia mamma e mia nonna, ho imparato che un calzino bucato, non va gettato, ma rammendato. Che «anche un sacco di patate può essere elegante, se pulito e stirato». Che l’alloro, nel sugo fa la differenza. Che si può dare una carezza, anche raccontando una favola.

Da mia cugina (nonché madrina ed ex coinquilina), ho imparato a godere del luccichio tintinnante del bagno. Soprattutto se a lucidarlo, sei  stata tu. Che il correttore, va sfumato ai lati e non spalmato. Che un film coreano non è noioso, ma poetico. Che la determinazione e la passione sono tutto.

Dalle mie amiche, di sempre e per sempre, o solo di passaggio, ho imparato ad ascoltare. A ridere e a piangere.  Ad assaporare il tepore di un abbraccio, inaspettato o lungamente atteso.

Dalla maestra Ada, ho imparato che non si interrompono due persone mentre parlano.

Dalla maestra Concettina,  ho imparato che prima del “ma” e del “però” va sempre la virgola. E che l’unica parola con due “q” è “soqquadro”.

Dalla Professoressa Poletì, ho imparato a vivere le storie raccontate nei libri.

Dal Professor Toscano, ho imparato che posso superare i miei limiti. Anche quelli matematici.

Dal Professor Tamburini, ho imparato a studiare.

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cv autentico #2

bansky

Sogni nel cassetto.

[puntate precedenti: cv autentico#1, Bilanci e buoni propositi: un cv autentico]

A 5 anni, disegnare un cerchio perfetto con un unico tratto.  Come il tizio sulla confezione di matite colorate.

A 10, scrivere un libro. Come Jo di Piccole Donne.

A 13, compiere un’importante scoperta archeologica. Come quelle raccontate da Piero Angela. E scrivere un libro. Con la mia “Olivetti”.

A 16, scoprire i misteri della mente umana. Come Freud. E scrivere un libro. Come Pirandello.

A 18, eliminare le ingiustizie sociali. Come Martin Luther King.  E scrivere un libro. Come Pasternak.

Attualmente, varcare l’uscio di casa mia, abbandonare la borsa a terra e gridare “Caro, sono a casa!”. E… scrivere.

Cv autentico #1

Annachiara.

Dieci lettere. Quattro sillabe. Due nomi in uno.

Un nome difficile da portare. Costantemente a rischio di mutilazioni, deformazioni e scissioni.

Annachiaratuttattaccato. Il mantra che, fin da bambina, ripeto a chiunque attenti alla monoliticità del mio nome.

Unica ottimizzazione che, da qualche anno, concedo agli amici è Annaccì. Mi piace. Mi ci riconosco. È un appellativo buffo. Suona come uno starnuto. Annaccì! Salute!

Scalera.

Scalera come carciofo, pianta coriacea capace di crescere anche tra i sassi.

Scalera come scarcioppula-carciofo in vernacolo salentino-come era solita chiamarmi mia mamma da bambina. In tempi non sospetti. Quando al cachofa non significava Natalia Estrada.

Residenza 

La casa che mio padre costruì, per noi, con le sue mani.

Su quella strada, ricca di insidie, dove non mi era concesso giocare.

In una cittadina, là dove finisce la terra, in mezzo a uliveti, vigneti e muretti a secco. Dove la madonna salva la gente dai terremoti e folletti dispettosi fanno le trecce ai cavalli.

Domicilio

Lì, dove mi ha portato lo studio e dove, ora, diciamo che lavoro. Lì, dove una torre pende da secoli, senza mai cadere. Lì dove Galileo si divertiva a fare gare di velocità tra piume e pietre. Lì dove sono diventata adulta.

Data di nascita. 

Era l’anno del Topo.  Il Sole era in Leone e la Luna in Toro.  Gianna Nannini cantava quest’amore è una camera a gas.

Bilanci e buoni propositi: un “cv autentico”

31 dicembre. Giorno di bilanci e buoni propositi. Dicono. Forse è per questo che ho aperto il file contenente il mio curriculum vitae. Quello, recentemente, rivisitato. Quello che ho rinominato “cv creativo”.

Bisogna fare la differenza, dicono. E, quindi, ho osato: impaginazione dinamica, loghi colorati e, alla faccia dell’autarchia linguistica, espressioni american style sparse qua e là.  Mi sono divertita, non c’è che dire. Ma niente risposte. Ancora. E soprattutto, lo leggo e lo rileggo, ma del “corso della mia vita” non c’è che una pallida parvenza. Ancora.

Una poesia circola, ultimamente, nella blogosfera. “Scrivere un curriculum” di Wislawa Szymborska. Il tasso di disoccupazione giovanile deve averla resa popolare.

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