Fa bene togliersi un capriccio!

Marachella di Stefano Bottari

Chiacchiere femminili post-prandiali. Digestiva comunione di parole. Davanti un caffè. Mentre  il lavabo e il piano cottura brillano sotto la luce del primo pomeriggio.

«Non stare lì a lucidare» mi aveva detto Palma, la mamma siciliana del mio coinquilino. Una signora alta. Bella.  E mentre lo diceva,  instancabile, lavava la pattumiera dell’umido sul balconcino. «Non dureranno. Tra qualche ora si sporcheranno di nuovo».

Ho seguito il suo consiglio: mi son seduta.  Ormai, avevo finito.  Ma, intanto, pensavo:«Non importa. Niente può contro la soddisfazione di bere il caffè con il lavabo e il piano cottura tirati a lucido».  E, in fondo in fondo, sapevo che anche Palma la pensava come me.

«Dai, appena riscuoti, potrai levarti qualche sfizio» dice, lei, sorseggiando il caffè, mentre la sigaretta si consuma lentamente tra le  dita dell’altra mano.

«Uhm, dubito». Le rispondo, mestamente, pensando ai pochi spiccioli che avrebbero rimpinguato il mio vuoto  portafoglio, l’indomani.

E, allora, sorridendo con nostalgica soddisfazione, Palma mi racconta: «Quando ricevetti il mio primo stipendio- uno stipendio, di 30.000 lire. Allora erano tante!- mi tolsi uno sfizio. A Messina c’è la via dei negozi. E lì puoi trovare i vestiti, le scarpe e le borse più belle della città. E le più costose -allora, le cose costavano perché erano belle, non perché erano di marca-. Quel giorno, con lo stipendio in borsa ancora caldo, non guardai solo le vetrine. Presi coraggio ed entrai in uno di quei negozi. Lì, vidi e provai un paio di scarpe. A righe sottili, bianche e nere. Estive. Col tacco alto, alto così» dice allargando il pollice e l’indice. «A breve, ci sarebbe stato il matrimonio di mia cugina. E le ho comprate! E per comprarle ho speso 30.ooo lire! Tutto il mio stipendio!»

E, mentre racconta, gli occhi, neri come olive, le si accendono. E quel sorriso di nostalgica soddisfazione, si trasforma nel risolino di una bambina che ha appena rubato il biscotto dalla dispensa.

«Ho fatto una pazzia! Ma su quelle scarpe sono andata ad un sacco di matrimoni. E le conservo ancora.  Non posso indossarle, già da tempo, ma ogni tanto le guardo. Le guardo e ripenso a quella pazzia».

«Dovresti farlo anche tu. Fa bene togliersi un capriccio!»

Buona giornata dell’acqua!

Link al corto

“Abuela Grillo” clicca  sull’immagine per guardare il video

In principio, la nonna del popolo ayoreo era un grillo chiamato Direjnà.  Nonna Grillo era la signora dell’acqua e dovunque ella si trovasse, c’era la pioggia. I nipoti le chiesero di andare via e, quando lo fece,  iniziarono giorni di afa e siccità. Nonna Grillo decise, allora, di vivere in cielo e, da lì, avrebbe lasciato cadere la pioggia, ogni volta che qualcuno avesse raccontato la sua storia. 

Questo il mito cui si ispira un corto, tenero e commovente.  Un corto che traendo forza dalle origini, racconta una storia attuale: la lotta del popolo boliviano contro la privatizzazione dell’acqua. Una lotta che è di tutti.

Buona visione e buona giornata dell’acqua! 

 

Donne del giorno dopo.

Osservatorio LaboDif Past and Present n.14

Foto tratta da Labodif

«Penelope lo sa cosa posso o non posso mangiare. E me lo dice. Dovresti vedere come si muove felice, quando mangio i dolci!». Racconta Lei, bella, mentre si accarezza il ventre, pieno di vita.

Davanti lo specchio del bagno. Bella. Impegnata nel suo rituale quotidiano. Pochi gesti. Semplici e pieni. Gli stessi, da sempre. Un paio di colpi di spazzola. Lenti e amorevoli. Due pettinini incastonati tra i capelli lunari.  E, infine, quattro gocce di colonia. Quella nel flacone verde petrolio. Talcata. Fresca. Una goccia su un polso. Una, sull’altro. E ancora altre due. Una per ogni lato del collo.

Sulla poltrona in cucina. Bella, Lei, mentre racconta un momento di tenerezza, di un matrimonio di altri tempi.  «Io il viaggio di nozze lo volevo fare. E l’ho fatto. Siamo andati a Roma a vedere il Papa. In piazza c’erano taaaaaaante spose, come me. Io non riuscivo a vederlo, il Papa. Allora, lui mi prese in braccio». E ricordando, le si illuminano gli occhi. Di  una luce così calda, così viva che, neanche le spesse lenti dei suoi grandi occhiali, possono schermare.

Bella, Lei, a mani giunte. Assorta. Serena. Perché sta parlando con Dio. Per noi. Per chi ci sta vicino. E per Giorgia, la gattina di casa.

Belle anche Lei, mentre, inarcando il sopracciglio, allargando le narici e con gli occhi più celesti del solito, racconta la sua corsa in treno, verso un sogno che credeva perduto.

Belle, tutte, quando si commuovono, loro malgrado. Belle, quando trasformano i loro demoni in sorrisi. Belle, quando, puntando la testa sulla tua schiena ti dicono: «goditi questo gesto, perché c’è tutto il mio affetto».

Blob Notes #23feb2013

Giovanni Chiaramonte, Inscape, Berlin 2012.

Giovanni Chiaramonte, Inscape, Berlin 2012.

E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.

La Luna secondo Giacomo, in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

Blob Notes #17feb2013

La danza -Mattisse-

All’inizio Eurinome, Dea di tutte le cose, sorse nuda dal Caos, ma non trovò nulla su cui poggiare i piedi, così divise il mare dal cielo e incominciò a danzare sulle onde. Presa dalla sua danza si diresse verso Sud e per la prima volta sentì il vento turbinare alle sue spalle: decise quindi di iniziare la creazione proprio con il vento. Si girò all’improvviso e afferrò fra le mani quel Vento del Nord, lo modellò finché prese la forma di un serpente, il gran serpente Ofione. A quel punto continuò la sua danza frenetica per scaldarsi danzando ad un ritmo sempre più incalzante finchè Ofione, ebbro di desiderio, si accoppiò a lei. E così come fecondatore Vento del Nord, Borea, che solo sfiorando con il suo leggiadro tocco ingravida le giumente, Ofione fecondò Eurinome. E subito ella si mutò in bianca colomba e danzando sulle acque depose l’Uovo universale. 

Robert Graves, I miti greci

La rivoluzione è femmina!

Immagine tratta da Labodif, istituto che ricerca, forma e comunica, secondo il pensiero della differenza.

Io lo so che non sono sola.
(Bambina fa la sua coreografia per One billion rising. Siamo alla Biblioteca Nazionale di Bucarest, in Romania, ieri 14 febbraio 2013. La Romania, stato dell’Unione Europea, non ha ancora strumenti legali per combattere la violenza maschile domestica, e dunque la polizia non può intervenire se gli atti violenti avvengono nella casa della ‘coppia’).
Photograph: Vadim Ghirda/Ap
Osservatorio LaboDif Dialogues n.11
[Immagine e didascalia tratta da Labodif, istituto che ricerca, forma e comunica, secondo il pensiero della differenza]

 Guardo e riguardo le migliaia di femmine danzanti nel mondo- non ho potuto partecipare al flash-mob, purtroppo. Avevo un colloquio. Ma questa è un’altra storia- .

Le guardo e le riguardo, per vivere e rivivere la bellezza della loro energia, dei loro sorrisi. Che è anche la mia e che sono anche i miei. E mi emoziono. Mi emoziono fino a piangere. E me le concedo, le lacrime. Faccio di più, me le godo.

Piango perché sento.

Sento la forza. La forza femmina. La forza della relazione. Quella che mi lascia sentire, vividamente, la sofferenza di una femmina che non ho mai conosciuto. La forza che mi lascia sentire, attraverso gli occhi di un’altra femmina, il mio potere.

Il potere femmina. Quello di creare bellezza dalla sofferenza. 

Piango, perché migliaia di femmine, danzando, hanno sfoderato la loro forza, il loro potere. Hanno creato, insieme, bellezza dalla sofferenza. Piango perché, qualunque cosa sia accaduta o accada, non sono sola.

Femmine di tutto il mondo, quindi, danzate, danzate. Ovunque voi danzerete, non danzerete mai da sole.